Green economy, ..o green thinking?

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Green_2Il termine “green” è una parola che piace. Oggi molti imprenditori si vedono “green” e sentono di dover comunicare la loro sfida per un mondo migliore. Ma cosa significa per un’impresa e per un consumatore fare delle scelte green?

È poi così chiaro il confine e le differenze tra l’approccio “ecologico”, “sostenibile”, “ambientale”, “biologico”, “eco-compatibile”, ..e quello definito “green”?

Sicuramente queste due domande aprono una serie di quesiti, di posizioni e di opinioni. Ciò che non occorre dimenticare è che ognuno di questi concetti, se affrontati con serietà e iniziativa, possono aprire la strada ad una serie di innovazioni e di cambiamenti.

Green, non deve essere un concetto che condiziona o preclude il nostro modo di vivere, semmai dovrebbe essere una fonte di ispirazione che guida i nostri progetti e la nostra idea di sviluppo. Un diverso approccio che non sintetizzi un atteggiamento asettico sul valore aggiunto di un prodotto in sé per sé, ma che si estenda soprattutto al sistema e alla filiera che ha contribuito all’incremento di quel valore.

Questo non significa che un prodotto green può essere visto solo come il frutto di un’azione locale che si muove su tematiche anti-industriali o anti-moderne (a volte si racconta che la green economy sia un problema creato dalla modernità) ma può essere anche sviluppato all’interno di rapporti di fornitura che sostengono la maturazione di una “domanda di ambiente”, e facilitano la collaborazione tra gli imprenditori di ogni settore che aspirano a caratterizzare le proprie iniziative con una tonalità green.

La costruzione di un prodotto green è il frutto di un’azione collettiva di filiera dove la “partecipazione” garantisce la “legittimazione”. Attivare un circuito virtuoso favorisce e stimola risposte proattive sia verso la domanda (permettendo di non vedere il prodotto green come “bene di lusso”) sia verso l’offerta (dove la normativa ambientale è sempre più costosa e “a ondate”).

La società Palm S.p.A. di Viadana (MN), azienda leader nel settore B2B per gli imballaggi in legno, non solo propone i suoi prodotti con il marchio FSC/PEFC ma prevede che la generazione del suo “Green Pallet” avvenga attraverso un’attenta combinazione di tutti i fattori di filiera (generazione della materia prima, produzione, stoccaggio, distribuzione, commercializzazione, consumo e smaltimento) in relazione alla domanda di mercato, senza tralasciare le ricadute sociali e sul territorio (es: prossimità della materia prima, uso di sostanze naturali per i concimi, diserbanti, insetticidi, attenzione all’erosione del suolo, assorbimento di CO2, ..).

Quindi è possibile capire come l’accezione di “prodotto green” non derivi da azioni di spinta sul mercato per favorire la vendita al consumatore finale. Inoltre, non può limitatamente ridursi ad un’azione di comunicazione o all’adozione di un marchio di qualità che non coinvolga i processi del core business e del rapporto collaborativo dei fornitori (es: si supponga un’azienda di mobili che adotti il marchio FSC per il solo materiale promozionale, dove la stampa viene fatta con un inchiostro non attento all’ambiente).

Se l’adozione di una materia prima di origine naturale si candida come la più adatta per contributi “green”, la plastica di certo può non sembrare quel materiale più “attento all’ambiente”.

“Green”, come anticipavo, deve essere fonte di ispirazione, generazione di nuove idee, di innovazioni che rompono gli schemi e cambiano il modo di pensare.

La Bio-ON S.r.l. di San Giorgio di Piano (BO) opera nel settore delle biotecnologie applicate ai materiali di uso comune e nasce dall’idea di creare una plastica realmente biologica che possa avere il più ampio impiego applicativo. La bioplastica che hanno prodotto si dissolve in 40 giorni senza alcun residuo, accentuando la sua biodegrabilità in acque batteriologicamente non pure (es: un fiume o nel mare) in 10 giorni.

Il Minerv PHAs è un poliestere che si ottiene in natura dalla fermentazione batterica dello zucchero (in totale assenza di petrolio) e da origine a più di 100 monomeri che possono diventare plastiche molto dure o tessuti molto morbidi. Le applicazioni sono davvero a 360° e coprono i packaging generici e alimentari (food&Beverage, farmaceutici,..), gli oggetti di design (anche di elettronica), fibre per l’abbigliamento e componenti per il settore automotive. Inoltre, soddisfa molteplici esigenze produttive, sia termiche (da -10°C a +180°C) sia tecniche (estrusione e iniezione), candidandosi come il sostituto delle classiche plastiche inquinati (PET, PVC, PP, PE, PS, HDPE, LDPE).

Quindi, l’unico colore che da forma al nostro futuro è dato dalle nostre idee a dalla nostra capacità di fare rete per costruire le basi per un mondo migliore.

Hermann Graziano
Associato Individuale Professionista di Marketing